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22 gennaio 2010
Raskolnikov 1 - LA DISPERAZIONE INVISIBILE

Tratto da e in collaborazione con

PROVE TECNICHE DI SOCIETA' CIVILE


di Mario Tirino

Giovedì 21 gennaio 2010.

Montecatini Terme. Un ex autista licenziato dal Comune nel 2004, dopo una travagliata vicenda giudiziaria, entra in Municipio e fredda con un colpo di pistola la funzionaria, ritenuta responsabile della decisione. Tornato a casa, si suicida.

Roma. Un ingegnere 41enne entra in una caserma dei Vigili del Fuoco, con un coltellaccio di dieci cm ferisce alla gola un’impiegata amministrativa e altri tre pompieri. Quindi irrompe nel parcheggio, dove, a bordo della sua auto, investe chiunque si trovi sul suo percorso. Bilancio: dieci feriti, di cui 3 gravi. Il tecnico, dipendente della caserma, reclamava il pagamento di alcune spettanze. Negli ultimi tempi era stato sottoposto a un controllo da parte di una struttura psichiatrica, che l’aveva giudicato idoneo al servizio.

Alcune settimane fa, ho ascoltato in radio Fausto Bertinotti. Non ho particolare stima dell’ex presidente della Camera, che ritengo, insieme a Massimo D’Alema, il vero killer della sinistra italiana. L’ex leader di Rifondazione Comunista, da analista di razza, aveva però individuato una fondamentale caratteristica dell’attuale momento sociale del Paese: la trasformazione della lotta per il lavoro da confronto dialettico tra due apparati – quello industriale, da un lato, e quello sindacale, dall’altro - a dramma personale, privato, individuale.

La crisi tragica che ha travolto i sindacati nell’ultimo decennio ha privato centinaia di migliaia di lavoratori precari di un punto di riferimento fondamentale per la conoscenza e la difesa dei loro diritti. Questo stato delle cose ha prodotto una marea di individui lasciati nella più totale solitudine di fronte a un dramma assoluto, la perdita del posto di lavoro, che sconvolge le loro vite, sotto ogni profilo. La precarietà lavorativa produce precarietà esistenziale, economica, affettiva. E, come certifica la cronaca, disperazione.

Una disperazione invisibile. Perché spesso vissuta con vergogna dagli stessi disoccupati o precari, che cova dentro e si alimenta dell’assordante silenzio della comunità. Dell’indifferenza delle istituzioni e dei media.

Forse, invece di continuare a fare lobbying, i sindacati, se vogliono dare minima giustificazione al loro “oggetto sociale”, dovrebbero tornare a preoccuparsi di chi non ha niente e non sa cosa possa essere il suo domani.


15 dicembre 2009
La forza della democrazia


Parole chiare e inequivocabili: il gesto di Massimo Tartaglia è un atto vile e fuori dal perimetro della società civile.

Va condannato senza se e senza ma. Al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vanno i miei migliori auguri di una pronta guarigione e tutta la solidarietà del caso. Neppure la più feroce opposizione giustifica la violenza fisica. Sull’avvenimento si è già detto tutto e il contrario di tutto. Coerentemente con l’obiettivo di questo blog, voglio qui limitarmi ad alcune annotazioni sulla risposta che, anche in questo delicato frangente, ha offerto la classe politica italiana.

Qualcuno in questo Paese deve evidentemente aver dormito negli ultimi 15 anni, per accorgersi che la temperatura dello scontro politico è andata ben al di là del sereno confronto democratico tra avverse fazioni. Ma di chi è la massima responsabilità di questa degenerazione?

Chi ha insultato quotidianamente la Magistratura, la Corte Costituzionale, il Presidente della Repubblica,  l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, i leader dell’opposizione, gli elettori dell’altro schieramento, la memoria storica della sinistra italiana?

Chi ha usato come una clava i mezzi di comunicazione, per creare un pericoloso clima di scontro civile, etichettando gli avversari politici come nemici?

Chi ha chiuso le possibilità di dialogo con larghe fette della società italiana – lavoratori, insegnanti, dipendenti pubblici, precari, meridionali – utilizzando le istituzioni per seguire un palese disegno di spaccamento del Paese tra ceti privilegiati e ceti impoveriti dalla crisi?

Chi è stato incapace di farsi portavoce dell’interesse nazionale, per alimentare, anche da alto rappresentante della Nazione in contesti internazionali, la lotta fratricida contro una stessa parte del suo Paese?

Le parole di Antonio Di Pietro forse sono giunte intempestive.

Fatto sta che se c’è stato, dal ‘94 in poi, un politico che ha scientemente mirato alla santificazione della propria immagine e alla distruzione sistematica dell’avversario questi si chiama Silvio Berlusconi.

Il suo pericoloso gioco al massacro sulla pelle delle istituzioni democratiche ha prodotto un degrado della vita pubblica italiana sotto gli occhi di tutti. Berlusconi ha creato, con il sistema culturale delle televisioni un tipo antropologico nuovo: un italiano video-tifoso, incapace di sondare, criticare e riflettere sull’operato del Potere, ma sempre pronto ad esaltarne la forza mistica che si incarna in un solo uomo al comando. Lui. Silvio.

Quest’operazione di marketing politico ad ampio raggio, colorata persino di accenti salvifici, ha scavato un solco enorme tra gli adepti al progetto e coloro che non vi si riconoscono.

Ma ha trovato anche sponde terrificanti nel popolo dei centri sociali e della sinistra estrema. In questo sottomondo popolato da nostalgici del comunismo, fuori dal tempo e dalla storia, da attivisti irresponsabili sempre pronti a imbracciare sampietrini e molotov, da capibastone e masanielli senzabanda – qui, trovano eco ahinoi inqualificabili malinconie brigatiste e nuovi germogli paraterroristici.

Tutto ciò fa esattamente il gioco del sistema di potere berlusconiano. Un sistema che, assicuratosi il dominio delle coscienze attraverso l’assopimento delle facoltà critiche, punta ora a ridurre ulteriori spazi di libertà e confronto democratico. Giustificando tali prese di posizioni autoritaristiche con la necessità di reprimere il brodo di cultura di future frange sovversive.

Eppure chiunque sa che la formazione di questi nuclei eversivi non ha nulla a che vedere con il bellissimo movimento del No B Day, costituito da gente comune, associazioni antimafia, gruppi spontanei in massima parte “apolitici”.  I 50mila idioti che inneggiano a Tartaglia su Facebook non hanno niente a che vedere con la dura e sacrosanta facoltà di critica esercitata da Antonio Di Pietro e dall’Italia dei Valori. Anzi, questa gentaglia cresce all’ombra dell’assenza di informazione e di partecipazione. Cresce spesso in mezzo alla disperazione e all’esclusione sociale.

In ogni Paese che voglia definirsi “civile” il governo viene criticato. E più feroce è la critica tanto migliore è lo stato di salute della libertà di espressione.

Ecco, dunque, perché, oltre ad essere squallidi e condannabili in toto, atti come quelli di Massimo Tartaglia vanno esattamente nella direzione auspicata dal Signor B.: con il pretesto, in parte giusto, della sicurezza del premier, verranno chiusi siti, blog e pagine Facebook. Questo produrrà un inasprimento delle reazioni dei gruppuscoli più esagitati. Ed ecco innescata una spirale di violenza e autoritarismo, strapiombo terrorista e degenerazione fascista, con l’effetto di un pericoloso salto indietro alla stagione luttuosa degli anni di piombo.

Ne uscirebbe penalizzato proprio il campo delle forze democratiche. Già la dissennata strumentalizzazione del gesto di Tartaglia, operata da accoliti e media berlusconiani (si veda il pezzo di Antonio Sallusti sul Giornale.it), attribuisce alla regia dell’opposizione la violenza.

Purtroppo in frangenti come questi dalla classe politica non si è ottenuta la risposta necessaria. A destra. E’ un obbrobrio logico, prima che politico, la parificazione di un atto violento compiuto da un pazzo al legittimo, doveroso, inoppugnabile diritto di critica e opposizione della minoranza parlamentare ed extraparlamentare. Avere un premier coinvolto in fatti di mafia e corruzione – e attaccarlo, anche ferocemente, per questo – significa compiere il proprio diritto/dovere di cittadini che pretendono massima trasparenza dalle istituzioni politiche e difendono la Costituzione.

A sinistra. Per altro verso, non c’è stata la sufficiente chiarezza, la necessaria forza e l’indispensabile coraggio di operare questa distinzione. Tutti hanno manifestato la loro solidarietà a Berlusconi. Solo Rosy Bindi e Antonio Di Pietro hanno fatto presente che questo clima è il frutto avvelenato di chi sporca il suo ruolo pubblico per mero fine di difesa del proprio patrimonio personale e aziendale.

Ora quantomai la forza della democrazia deve emergere nelle parole e negli atti della società civile. Il PD, l’IDV, le forze sociali e riformiste sono chiamati, esattamente come il PCI, ad isolare gli estremisti e a continuare la lotta, senza quartiere, per la democrazia, la libertà e la giustizia. Obiettivi che si raggiungono solo fermando lo sfascio istituzionale, costituzionale e sociale propagandato da questa Destra populista e parafascista. Qualcuno dovrebbe spiegare un po’ di storia al Ministro per le Pari Opportunità, l’ex velina Mara Carfagna, quando con leggerezza immane sostiene che Tartaglia sia il frutto delle campagne di libera espressione di critica (scambiate per campagne d’odio) di Repubblica, Santoro, Travaglio e Il Fatto, così come nel passato i terroristi erano stati cullati dal Partito Comunista. Quando fu rapito Aldo Moro, cara Mara, il Partito Comunista Italiano si distinse per la difesa delle Istituzioni democratiche, la ferma condanna dell’atto e la battaglia strenua contro gli spalleggiatori del terrorismo. Le dice niente il nome di Enrico Berlinguer? Studi, un poco: sa anche la disinformazione alimenta l’odio ingiustificato.

25 novembre 2009
Un racconto di fantapolitica. O no?

Gli assalti cominciarono di notte.

Una fila spessa di corpi, uomini e donne, per lo più quarantenni. Facce scavate dalla fatica, occhi arrossati da notti insonni.

La guardia sonnecchiava nel gabbiotto, un occhio stanco ogni tanto gettato sulle videochat porno di un canale locale.

L’umidità di novembre e la puzza di liquami tossici. Il distretto industriale di una popolosa regione. Guidata da un presidente amico dei clan che, alle ultime elezioni, era passato di una spanna sull’avversario, sostenuto da clan nemici.

Un rumore sordo squarciò la noia e il silenzio della notte. La prima pietra scosse la guardia che si affacciò pistola in mano.

Quando si vide incontro quella massa, si paralizzò.

La fila attraversò il piazzale semi-illuminato come un treno, come uscita dalle visioni di un Pellizza da Volpedo 2.0.

Le mazze distrussero i vetri dell’Iper in un frastuono di allarmi, svegliando tutti i paesini dei dintorni.

La notizia viaggiò velocissima su Hack, la nuova Rete clandestina erede di Internet, chiusa con decreto ufficiale un anno prima.

L’enorme parcheggio si riempì in breve di poveri, italiani e stranieri, impiegati e operai.

La baraonda di auto, braccia, cibi e merci, vetri in frantumi, risse, sangue, violenze di ogni tipo, si replicò subito, un’ora dopo, in un altro centro commerciale, poi in un altro. E un altro ancora, sino a invadere l’intera Penisola da Lampedusa a Bolzano.

Due giorni dopo, a bordo di un lussuoso jet privato,  il Presidente Generale fuggì alle Bahamas.

L’inizio della Guerra Civile.

Italia, 2013.

10 ottobre 2009
Per un'Italia diversa, un PD diverso: votiamo Dario Franceschini alle primarie del 25 ottobre


Perché il Partito Democratico possa davvero invertire la rotta tenuta fino ad oggi, l'ideale sarebbe la vittoria di Ignazio Marino nella corsa alle primarie. Marino è uno scienziato, un medico, dalla storia limpida e dal programma chiaro: biotestamento, diritti civili per i gay, più fondi alla ricerca.
Purtroppo, la sua posizione largamente minoritaria gli lascia pochissime chance di scalare il partito.
La leadership resta una contesa tra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani.
I cinici, i disillusi e i rassegnati - ovvero una buona fetta della sinistra ex diessina - si affannano a farci credere che, tra le due mozioni, non passa alcuna differenza. Nulla di più falso.
Bersani ha il merito indiscusso di aver progettato le famose "lenzuolate", ovvero le liberalizzazioni che, d'amblé, crearono 5mila posti di lavoro nel settore delle parafarmacie e, inoltre, ci hanno liberato dal fastidioso "pizzo" del costo di ricarica delle schede di telefonia mobile, imposto a tutti gli utenti da Tim, 3, Wind e Omnitel.
L'ex ministro dello Sviluppo Economico detiene competenze specifiche in materia di politica economica. Purtroppo, però, il suo successo nelle votazioni tra gli iscritti al Partito è un indice dei cattivi compromessi cui è dovuto scendere in Campania con Antonio Bassolino e in Calabria con Agazio Loiero (ne parla il sempre puntuale Curzio Maltese nella sua rubrica su IL VENERDI' di Repubblica del 9 ottobre). Loiero e Bassolino sono il peggio del PD e, se questo partito si vuole davvero candidare a riformare l'Italia, dovrebbe liberarsene senza indugi.
Mario Tirino
Dario Franceschini lo ha detto con grande coraggio. Così come ha affermato con decisione che il PD dovrebbe fare piazza pulita del vecchio sistema di potere di DS e Margherita: quel sistema, per essere chari, con cui Massimo D'Alema ha tenuto in ostaggio la sinistra italiana, anteponendo le sue torbide trame alla forza popolare di un progetto di speranza e rinnovamento, qual era quello intessuto con tanta fiducia e fatica da Walter Veltroni.
Senza il PD, questo Paese rimarrà ostaggio della più irresponsabile ed eversiva delle Destre d'Europa.
Questo è poco ma è sicuro.
A quella sinistra che non fa altro che urlare ai quattro venti che l'Italia fa schifo, che si augura la morte del PD, che dimentica che se oggi siamo ridotti in queste condizioni è soprattutto per la vergognosa prova di governo che hanno dato i vari Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero, Alfonso Pecoraro Scanio (ministri o esponenti della maggioranza capaci di scendere in piazza al fianco di chi contestava l'esecutivo guidato da Romano Prodi), ben accompagnati da una parte della Margherita e dei DS collusi con il PDL - ebbene, a questa sinistra nostalgica e ridicola, va ribadito con chiarezza una cosa: se questa gente ha energie sufficienti per sostenere un progetto condiviso di cambiamento di questo Paese, ebbene si schieri, faccia proposte, contribuisca al dibattito interno del maggiore partito d'opposizione. Altrimenti, la smetta di produrre rumore con le sue invettive, guarda caso non indirizzate allo scandaloso premier che ci ritroviamo, ma a denigrare il PD. Per un'Italia diversa, serve indubbiamente un PD diverso, che sappia intraprendere un dialogo serrato e produttivo non solo con le forze economiche di questo Paese, ma anche e soprattutto con quell'ampia fascia di associazioni di volontariato, gruppi accademici, professionisti, precari, sindacalisti di base, ambientalisti, femministe, operai. Torni, il PD, a parlare col suo popolo. E' quanto ha intenzione di fare Franceschini. Sosteniamolo con il nostro voto alle primarie del 25 ottobre.
E' l'ultima possibilità che ci resta per sperare in un PD diverso, più forte e più aperto.
Il resto è qualunquismo di sinistra, la più pericolosa delle malattie e il più comodo degli alleati per Silvio Berlusconi e le sue tendenze autoritarie.

Mario Tirino
28 giugno 2009
Candidati alla segreteria
Quante squallide figure che attraversano il Paese.
Come è misera la vita negli abusi di potere
Franco Battiato, Bandiera bianca

Congresso Pd. Mentre il governo guidato da Silvio Berlusconi va logorandosi quotidianamente per le licenziose frequentazioni del presidente del Consiglio, il più grande partito d'opposizione fa i conti con il prossimo e decisivo congresso di ottobre. Tra le due candidature, quella di Pierluigi Bersani, ex ministro dello Sviluppo Economico, e di Dario Franceschini, protagonista del ticket con Walter Veltroni e segretario ad interim, corrono posizioni intermedie e dibattiti intensi.
Ma di cosa si discute?
Per lo più di correnti, rese dei conti, prese di posizioni, giochi strategici, candidature estreme (Massimo D'Alema, Romano Prodi). E i programmi? E le piattaforme di idee e progetti?
Scomparsi.
Dimenticati.
Se ne è ascoltata, finalmente, un'eco oggi, nel discorso tenuto da Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, tenuto all'Assemblea dei Giovani Democratici al Lingotto.
Vediamo qualche punto, tratto dall'articolo di Repubblica.it.
1. "Far convivere libertà e giustizia sociale". Finalmente Chiamparino ha parlato di cose serie e concrete, spiegando come sia possibile innescare uno sviluppo sostenibile riprendendo la via maestra della giustizia sociale, oggi praticamenta abbandonata. Afferma con impagabile chiarezza il primo cittadino torinese: "Riuscire a liberare risorse da settori protetti e garantiti. Se non si fa così è inutile, si fanno solo proclami. Questa è la sfida della sinistra oggi". L'allusione, nemmeno troppo velata, è a quei comparti - ordini professionali, corporazioni commerciali, nicchie della Pubblica Amministrazione - che bloccano lo sviluppo, ingrossando le rendite e drenando risorse dagli investimenti.
2. "La paura non è solo quella di perdere il posto lavoro ma anche quella del diverso. Io sento operai che votano Lega e ti dicono 'tu dai le case e gli asili ai marocchini'. La risposta quella di fare più case e asili nido". Anche qui, senza falsi moralismi, senza buonismo fuori tempo massimo ma anche e soprattutto senza razzismo, coglie il disagio di larghi strati popolari - un tempo convintamente a sinistra -. Sono queste fasce di popolazione, con redditi e livelli di istruzione medio-bassi, ad essere più esposti alla crisi economica, alla perdita del lavoro e quindi più facilmente sensibili alla trappola di una guerra tra poveri e sfruttati, con gli operai italiani a contendersi salari e servizi con i disperati extracomunitari o rumeni. Chiamparino è lucido e serio nell'offrire una risposta al problema: non escludere esseri umani che lavorano e pagano le tasse dai servizi dello Stato italiano, ma offrire più Stato e prestazioni sociali alle fasce bisognose.
3. Poi la laicità che, spiega Chiamparino, "mi sta a cuore perché non sono riuscito a convincere mio figlio a votare Pd su questo. La laicità viene troppo intesa come rapporto tra credenti e non credenti in politica. Non è così. E' il rapporto tra autorità e libertà su scelte che riguardano individuo, un rapporto su cui anche i credenti hanno interesse a misurarsi se vogliono ridefinire il loro ruolo nella politica". Anche su questo tema, Chiamparino ha evitato parole di routine, lasciando capire quanto pure lui, come la stragrande maggioranza degli elettori del PD, sia infastidito dalle incertezze del partito su un tema fondamentale come la laicità. Basta col terzismo buonista alla Veltroni: se il PD vuole sopravvivere, deve scegliere senza se e senza ma la strada laica di una potente forza che ha il futuro della scienza e della ricerca come fari fissi della sua azione. Con buona pace della Binetti e dei teodem.
L'intervento del sindaco di Torino riporta il dibattito su temi pratici, che infiammano e interessano la base.
Era ora.
E adesso finalmente parliamo di temi come questi.
14 giugno 2009
Riforme istituzionali e costituzionali

Come promesso, questo blog vuole essere un contributo anche alla rinascita della sinistra italiana. Lo stato pietoso in cui versa il Partito Democratico, dilaniato da continue e inutili guerre intestine, ha lasciato in stand by il discorso sulle radicali riforme necessarie all’Italia.

Oggi parliamo, con molta semplicità e senza demagogia, di una proposta di riforma della Costituzione e dell’intero sistema istituzionale. I costi della politica (che si calcolano nelle centinaia di milioni all’anno) non solo non sono più sopportabili in un momento di grave crisi delle imprese e delle famiglie, ma rappresentano una zavorra per lo sviluppo futuro del Paese.

Per ridurli, la mia “modesta proposta” quotidiana si articola in un programma di ridisegno ampio e incisivo delle istituzioni:

1 – Abolizione delle Province e trasferimento del personale, dopo adeguata formazione, ai settori dell’Amministrazione Pubblica in grave deficit di personale (in primis, il comparto Giustizia e gli Ispettorati del lavoro);

2 – Trasformazione del Parlamento da bicamerale a unicamerale e riduzione dei parlamentari dagli attuali 945 a 100;

3 – Nuova legge elettorale maggioritaria, basata su collegi uninominali senza recuperi proporzionali e conseguente divisione del territorio italiano in 100 collegi;

4 – Elezione diretta del presidente del Consiglio;

5 – Applicazione del federalismo fiscale con fondo di perequazione, ma redistribuzione chiara delle competenze tra Stato e Regioni, stabilendo che sia lo Stato a delineare le linee guida su materie di interesse pubblico essenziale come scuola, sanità, trasporti;

6 – Introduzione del limite massimo di 12 ministeri con portafoglio;

7 – Riorganizzazione complessiva delle Forze dell’ordine, con accorpamento di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Corpo Forestale dello Stato, in un unica Forza armata, divisa in corpi specializzati nel perseguimento di specifici reati;

8 – Mappatura generale di enti ed istituzioni dello Stato, con abolizione completa di quelli inutili, redistribuzione chiara di compiti, ruoli e competenze (senza competenze concorrenti), riqualificazione e razionalizzazione del personale in esubero eventualmente trasferito ad altri comparti della Pubblica Amministrazione.

Noi proponiamo la bozza di un coraggiosissimo e ardito programma di riforme che permetterebbe allo Stato di risparmiare fior di milioni di euro e otterrebbe il consenso e la fiducia di tutti gli italiani (ad eccezione di quelli che campano di politica). Perché il Pd non inizia a parlare di questo? Perché non occupa il dibattito pubblico con queste, concretissime proposte, che avrebbero un effetto dirompente sulla discussione politica e metterebbero alle strette Berlusconi e il suo (pseudo)governo? Sarebbe pure ora di tornare a fare Politica, con la P maiuscola..

20 novembre 2008
Fuori Villari e Latorre dal PD
Ora basta!
Noi giovani che abbiamo sostenuto la nascita del PD, che ne siamo e ne saremo l'anima, siamo stufi di essere circondati, anche nel nostro campo, da questi politicanti affaristi e inciucisti, dei grandi strateghi come Massimo D'Alema che hanno prodotto solo grandi disastri. Ora basta!!!
Vogliamo Riccardi Villari e Nicola Latorre fuori dal PD!
Il loro atteggiamento non ha nulla a che vedere con la legittima dialettica interna di qualsiasi partito. Villari e Latorre hanno tradito il voto degli elettori, hanno seguito logiche personalistiche e poco trasparenti. Se Veltroni ha davvero a cuore il rinnovamento della classe dirigente democratica, inizi ad espellere questi due!
Fatti, non parole!


Foto tratta da Repubblica.it
20 novembre 2008
Ma siamo impazziti?
Non riesco a tollerare, da fan di Walter Veltroni e convinto democratico, l'atteggiamento del PD, che chiama il governo a convocare un tavolo di confronto con le piccole imprese, gli artigiani e altri rappresentanti del mondo imprenditoriale. Ma dove vivete dirigenti del nostro PD? Se Nanni Moretti diceva che con voi non avremmo mai vinto (fortunatamente sbagliandosi), io molto piu' amaramente ho avuto stasera l'ennesima conferma che con voi l'Italia non potra' mai cambiare. Di fronte agli abusi sempre piu' inquietanti di questo governo, non siete capaci di reagire con nemmeno un decimo della durezza necessaria. Con voi, cari dirigenti, l'Italia non potra' mai cambiare. E' amaro confessarlo, ma un partito d'opposizione che non urla per le immani ingiustizie sociali ai danni di noi giovani, dei pensionati, dei precari, dei disoccupati e invoca invece la difesa delle imprese, molto delle quali - non tutte, per carita' - destinatarie di fondi pubblici vergognosamente sperperati, un tale partito non ha piu' nulla dei valori e degli ideali delle due grandi tradizioni, il cattolicesimo di sinistra e la sinistra comunista e riformista italiana, di cui si proclama erede.
Vergogna.
Saro' costretto a votare Di Pietro. Che tristezza. Che tristezza.


Resistere, fortissimamente resistere!!!
6 novembre 2008
Morire di fame a Milano. Nel 2008
Sfogliando on line Repubblica, mi sono  imbattuto nell'agghiacciante notizia di una giovanissima precaria incinta, italiana e incensurata, fermata dagli addetti alla sicurezza di un supermercato di Milano, perche' sorpresa a rubare delle fette di carne "che non mangiava da mesi" (qui i dettagli). Ora, a parte la violenta indignazione che ho provato, ho sentito una rabbia fortissima verso il direttore e i suoi scagnozzi, che solo una citta' disumana come Milano poteva rendere cosi' aridi da non capire che quella poveretta aveva bisogno di solidarieta' e generosita' e non di una denuncia.
Faccio miei gli appelli di alcuni commentatori del sito milano.repubblica.it, che invitavano:
1 - a boicottare la Standa
2 - a inviare mail di civile protesta e ribellione all'indirizzo del Servizio Clienti: servizioclientistanda@rewe-group.it.
Formulo inoltre un invito a tutti i militanti nel PD, ciascuno nel limite delle proprie possibilita'. a fare pressione perche' la classe dirigente del nostro partito sia piu' consapevole dei drammi quotidiani come questo, che riguardano milioni di italiani
5 novembre 2008
Obama e l'istruzione
Mentre ancora festeggiamo la vittoria storica del leader democratico Barack Obama, leggendo alcune sue dichiarazioni, mi piace sottolineare la seguente, tratta dalla rubrica CARTA CANTA di MARCO TRAVAGLIO su Repubblica.it:

"Questo è il momento di affrontare il nostro obbligo morale di garantire a ogni bambino un'educazione di primo livello, perché questo è il minimo che serve per competere in un'economia globale...Recluterò un esercito di nuovi insegnanti, pagherò loro retribuzioni più alte e darò loro maggiore supporto"
(Barack Obama, discorso di accettazione della candidatura alla Casa Bianca,9 settembre 2008)


Per dirla con Santoro, quando nascera' un Barack Obama italiano? Mai, probabilmente, con le classi separate della Gelmini....

Resistere, fortissimamente resistere!
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